Seminario Massimiliano Civica
L’Attore tra Strumento e Arte
Massimiliano Civica, regista teatrale e direttore artistico italiano, propone un approccio al teatro che mette al centro l’attore come artista, ponendo l’attenzione non sulla recitazione in sé, ma sulla dimensione teatrale nella sua interezza. Durante il seminario, abbiamo esplorato questo concetto partendo dall’osservazione e dalla consapevolezza di ciò che avviene in scena.
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Quanto conta la direzione del mio sguardo, quanto conta la cosa guardata in sé, quanto conta la mia percezione sulla cosa guardata e quanto invece la percezione di chi mi guarda rispetto a quel che vedo? Cosa pensa la gente che io guardi? Cosa faccio vedere all'altro nel mio guardare in quella direzione, in quello spazio, con quel corpo, in quelle date circostanze? ​
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Lo sguardo diventa così oggetto di studio; nel guardare, siamo già parte del processo teatrale: l’osservazione è una forma di partecipazione, che determina il nostro rapporto con la scena. Gran parte del nostro agire nella vita è osservazione passiva, mentre in momenti di forte coinvolgimento – come in situazioni di lutto o d’amore – diventiamo più attivi. Questo principio si applica anche al teatro: un attore deve imparare a guardare per comprendere, prima ancora di agire. Per l'attore risulta più saliente avere in mente cosa lo spettatore pensa che lui stia guardando, ed essere sempre soggetto e oggetto di osservazione.
La direzione dello sguardo diventa un elemento fondamentale del racconto, così come la capacità di dosare i gesti per evitare ridondanze e mantenere l’attenzione concentrata.

Come il corpo e lo spazio si influenzano reciprocamente? Peter Brook, nel suo libro Lo spazio vuoto, descrive come qualsiasi spazio possa diventare teatrale nel momento in cui un attore vi entra e stabilisce una relazione con esso. L’attore non è un elemento isolato, ma è condizionato dalle persone intorno a lui, dal suo equilibrio e dalle variazioni di postura che definiscono il suo modo di muoversi. Anche il banale 'camminare' diviene in scena un esercizio complesso: se si eccede nell’equilibrio instabile, si entra nella danza, se si eccede nella staticità, si entra nel robotico, nell'iper controllo. Questo tipo di consapevolezza permette di costruire una presenza scenica autentica.
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Un punto cruciale del lavoro è stato l’osservazione di sé. L’attore è primo spettatore del proprio lavoro, mantenendo uno sguardo esterno e neutrale su ciò che accade in scena. Se il pubblico si trova a dover interpretare quello che l’attore voleva dire, allora qualcosa non sta funzionando. L’obiettivo non è comunicare un significato predefinito, ma creare una relazione tra attore e spettatore che renda vivo il racconto.

Altra riflessione verte sulla dimensione neurobiologica: il cervelletto, sede delle reazioni istintive di attacco e fuga, gioca un ruolo importante nella gestione della presenza scenica. L’attore non può permettersi di reagire automaticamente, ma deve essere consapevole del proprio corpo e delle sue risposte alle circostanze. La formula proposta è A = S/S’ (attore uguale strumentista sullo strumento), evidenzia come l’attore debba conoscere a fondo il proprio corpo e la sua espressività per utilizzarlo consapevolmente in scena.
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Abbiamo sperimentato diverse composizioni sceniche per interrogarci sulla consapevolezza del proprio strumento, lavorando sui fondamenti del teatro: l'attore, lo spazio e il pubblico. Quanto conosciamo le nostre capacità, i nostri punti di forza e di debolezza, e quanto siamo consapevoli della percezione che l'altro ha di noi? In una situazione in cui l'obiettivo è far ridere una persona in soli due minuti, come sfruttare la propria individualità, il proprio strumento per suscitare una reazione nell'altro? O ancora, come mantenere viva l’attenzione del pubblico nel raccontare per la decima volta la stessa storia?
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Sulla dimensione dello spazio si è lavorato sulla relazione con l'altro senza l'ausilio di azioni dirette. Nel caso specifico, il compito era rappresentare un a persona che scopre il tradimento del partner, con una sola battuta prefissata, lavorando esclusivamente sulla disposizione corporea nello spazio. Come lo spazio, la disposizione, influenza la situazione? Come questo agisce sulla reazione della persona che entra in scena?

Altro tema affrontato è stato il rapporto tra struttura e libertà. La struttura scenica fornisce un quadro preciso entro cui muoversi, mentre la libertà consente di mantenere viva l’interpretazione. La chiave è l’ascolto: un attore non può recitare in modo meccanico, deve sempre rispondere a ciò che accade in scena, senza anticipare o posticipare le reazioni. Non si tratta di cercare qualcosa di nuovo, ma di rispondere in modo autentico alle circostanze.
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Un altro aspetto centrale è stato il concetto di immediatezza e di costruzione del ritmo. Il teatro vive nel tempo che sta finendo, in un continuo crescendo che spinge verso una conclusione. Ogni momento deve avere una sua urgenza, una necessità, altrimenti perde di significato.
Massimiliano Civica, in questo percorso, ha reso evidente come il teatro non sia un insieme di trucchi o tecniche, ma un’arte che nasce dall’osservazione, dall’ascolto e dalla capacità di rispondere autenticamente alle situazioni.
Un attore, prima di tutto, deve essere presente nel corpo, nello spazio e nella relazione con il pubblico.
A cura di Margot Océane